giovedì 11 dicembre 2014

L'Arena


Nel desiderio dell’altro è segretamente custodita la possibilità per il mio corpo di trascendersi. Allora, e solo allora, il corpo si fa carne, ma non con la freddezza  di chi si sta appropriando della carne dell’altro, bensì con l’esitazione di chi sente la sua identità in pericolo. Se trascendersi è valicare la propria solitudine, non mi è dato di sapere cosa sarò nella carne dell’altro, ma certamente non sarò più ciò che sono. La mia identità in pericolo rende il mio corpo esitante, maldestro, insicuro, non per imperizia, ma per la vertigine che accompagna la scoperta di quegli aspetti di me che solo l’altro può svelarmi.
Umberto Galimberti, “I vizi capitali e i nuovi vizi”, 2003

Quella cosa chiamata Amore, se esiste, dev’essere una questione bellica. Un affare di guerra.

Perchè solo gettandosi a capofitto nelle profondità dell’Altro, senza nessun riguardo per sè stessi, scorticandosi tutta la pelle nella caduta, si può provare quell’attimo di pienezza traboccante vita, quel senso di infaticabile disposizione alla felicità, che fa credere nell’Amore.

Amore come atto mentale o atto fisico. Amor platonico o coito genitale. Non cambia niente, in ogni caso si può parlare di Amore. Basta che sia qualcosa di Autentico.

Dice bene Galimberti, che parla di trascendenza. Di superare se stesso e varcare i propri limiti e quindi – nel modo migliore che esiste – di spersonalizzarsi, anche solo per pochi momenti, gustando sensi, prospettive e punti di vista che non sono i propri.

Ma sempre di spersonalizzazione si tratta, di “uscire fuori”, di tagliuzzarsi, sangue-scheggia-ferita, di mettere a rischio la propria identità.

L’identità. La personalità. L’io individuale irripetibile eccetera-eccetera.

Forse l”Amore rappresenta un’idea così potente e suggestiva, un Valore ancora nel pieno della sua considerazione, proprio per la sua carica distruttiva, il suo potenziale di sofferenza.

Forse è un enigma tanto attraente proprio a causa della sua ambivalenza strutturale.

Creazione e distruzione. Caos e cosmos. Tutto insieme. Una palingenesi permanente.

Una cosa bellissima e insieme pericolosissima. La bellezza e la pericolosità di volare. Come vola l’aquila o come vola il suicida che si butta giù dal balcone.

Insieme a questo, c’è la spinta a restare sè stessi. L’arroganza della propria autonomia, del proprio Io individuale, in costante rapporto dialettico con la spinta ad uscire fuori da sè stessi, i sogni di fusione, le penetrazioni e i disfacimenti.

Da qui lo scontro, la guerra. Stridore permanente di armi di metallo, cozzare violento di lame e spade, su uno sfondo rosso passione.

II

Come tutte le cose nobili (nobile come la intendeva Nietzsche, che contrappone la morale dei signori, dei nobili, alla morale degli schiavi) l’Amore è una scelta irrazionale e di fegato. Un atto di coraggio, dal rischio incalcolato. Un’azione da incoscienti in cui lo spirito di creazione e di scoperta è più forte dello spirito di auto-conservazione.

Perchè l’auto-conservazione, in questo frangente, equivale alla solitudine. Da soli, certo, si resta ben conservati, al riparo da ogni pericolo esterno, come un cetriolo sott’olio.

III

Ma di Amore, Amore quello autentico, nella nostra congiuntura sociale-culturale-storica, in questo preciso spazio-tempo, non se ne trova molto.

Ne parlano tutti, ma lo fanno in pochini.

Più che altro è declinato in chiave egoistica – nel senso di spassarsela o di sottomettersi all’obbligo di “fare esperienza” – o in chiave sociale, con l’obbligo anche più forte dell’ “apparire felici”, “invidiabili”, “pieni di vita”. Di avere un “ruolo”, una “posizione”, una “stabilità” e via dicendo. Chiaro che in nessuno dei due casi si tratta di Amore Autentico.

Eppure ne parlano tutti, amore o sesso che sia, “colpo di fulmine” o “bella fica” che sia.

Ma di cosa parlano?

In tutto questa fame collettiva di sesso, per esempio, con le femmine che scorazzano libere e i maschi con la bava alla bocca – e la paura sottopelle – per questo straordinario rivolgimento storico. In tutto questo annusare le meraviglie del creato, questo sdoganamento delle confidenze sessuali, questa vanagloria delle proprie “conquiste”, questa precisione nei dettagli e posizioni e pratiche accumulate durante la propria “esperienza”, in tutto questo non c’è un briciolo di Amore, di ambivalenza, di tensione dialettica, di contraddizione, di palingenesi permanente.

Stessa cosa per le pappette “romantiche”, le storie cosiddette “d’amore”. Dove la narrazione si interrompe sempre quando c’è il congiungimento, dopo le varie peripezie degli “innamoramenti” individuali. Non si racconta infatti quasi mai della “condivisione” di qualcosa, superata la fase dei giochetti indivuali e delle tattiche scacchistiche, nell’Arena sanguinaria del sentimento messo di fronte al sentimento.

Non si parla quasi mai di Amore, ma al massimo di Seduzione. Una fase in cui le due individualità sono ancora ben separate. Oppure si parla di “tecnica amatoria”, da manuale, istruzioni per uso e consumo.

In pochi, ma veramente in pochi, affrontano il discorso nella sua complessità, con il coraggio intellettuale di ammettere insieme esaltazione e paura, ricalcando il discorso teologico, come quando in passato si parlava – per esempio – di Dio, della Fede e dei suoi Misteri.

1 commento:

  1. Gli uomini si dividono in due categorie: gli uomini che parlano di donne e gli uomini che parlano con le donne. Io di donne preferisco non parlare. Gianni Agnell

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