giovedì 9 ottobre 2014

Pensiero cannibale



Uomini di penna e di pensiero.

Caratteristica: capacità di sintesi.

Prendi un libro di mille pagine, leggi, sottolinei, selezioni le cose importanti. Riprendi soltanto ciò che vale la pena riprendere, lo riduci a cento pagine. Di queste cento pagine, compi un’ulteriore scrematura, poi un’altra, e un’altra ancora. Mille pagine che si riducono a venti, a dieci, a cinque. Di mille pagine alla fine restano pochi concetti fondamentali, attorno a cui ruota tutto un libro.

Padroneggi quei pochi concetti fondamentali, e il gioco è fatto.

Più fai pratica e più diventi bravo. Presto riuscirai a sintetizzare automaticamente mille pagine in pochi concetti fondamentali. Tutti i passaggi saltati. Tutti in testa.

Non è che sei particolarmente intelligente. Hai solo fatto pratica.
Chiunque, se si mette d’impegno, può avere gli addominali scolpiti.

Allarghiamo il campo.
Un film. Un quadro. Una qualunque opera d’arte. Un periodo storico. Un personaggio. Una persona. Una relazione. Un gruppo di persone. Una società. Qualunque cosa.

Tutto si può ridurre a pochi concetti. Tutto è riducibile, concettualizzabile, padroneggiabile.

È la capacità di sintesi, già detto.

Padroneggiare argomenti vasti, vastissimi, ridurli in pochi concetti, maneggiarli e plasmarli, come si dice: “facendoli tuoi”, può però portare a un particolarissimo senso di onnipotenza.

Capisci, sintetizzi, spieghi. Che grande cosa. Hai in mano il mondo.
È blasfemo.
Puoi arrivare a sentirti come Dio.

II

Discorso correlato.

Il linguaggio verbale, le parole, hanno un po’ questa funzione.

Invece di indicare la balena, invece di andarla a prenderla e mostrarla al tuo interlocutore, dici “balena” e quello ti capisce subito. Concettualizzi la balena con la parola “balena”, ed il gioco è fatto.
E questa è comunicazione, che serve tra persone.

Il danno è che il linguaggio verbale, le parole, si utilizzano anche tra sé e sé. Ci si spiega il mondo, a sé stessi, e si utilizza il linguaggio verbale. Pirandello, UnoNessunoCentomila, scriveva: “Ogni volta che nomini qualcosa, che le dai un nome, quella cosa muore. Perchè la strappi dal fluire incessante e dinamico della vita e la rinchiudi nella gabbia statica della parola”.

Con il loro grosso bagaglio di verbalità e capacità di sintesi, gli uomini di penna e di parola – e gli uomini di pensiero che hanno una predilizione per la parola – possono arrivare ai limiti estremi di questo meccanismo.

Deformazione – diciamo – professionale. Anzi no: deformazione e basta.

Questi possono:
Sentirsi in diritto – a volte perfino in dovere – di dover sempre e comunque dire qualcosa.
Dover per forza commentare, spiegare, analizzare, sintetizzare e soprattutto – e qui sta la blasfemia! – definire tutto!

(Tutto ciò è una qualità umana, per carità. È pregio, bellezza, privilegio. È progresso, civilizzazione, intelligenza. Ma – come qualsiasi cosa – spinta all’estremo, diventa un meccanismo perverso.
La scienza è bella. Ma ha prodotto la bomba atomica.
Cose che capitano.)

Questi uomini di lettere e parola, dunque, questi che si sono ritrovati – per chissà quali strani arabeschi del destino – a tali vette deformanti, si trovano invischiati a fondo di un pantano da cui è difficile risalire. Hanno una gran bella zavorra, non c’è che dire.

Con la loro smania – quasi automatica, inconscia, irriflessa – di dovere sempre definire tutto, finiscono per venire inghiottiti dal loro delirio che li allontana definitivamente dalla realtà che loro credono di conoscere tanto bene.

Parlano prima di osservare, commentano prima di capire, definiscono prima di pensare all’essenza.

Tanto più si pompa il loro ego tanto più si aggirano famelici tra le cose che li circondano per azzannarle e definirle, come sciacalli in cerca di carcasse fresche, avvoltoio sempre pronti a infilare il loro lungo collo tra viscere che fino a poco prima pulsavano ancora di vita.

C’è un insopportabile puzzo di morte, attorno questi uomini di penna e parola.
Un’aggressività latente e disperata, una violenza insopportabile.
Un egoismo che annichilisce il mondo. Che lo rende il loro svuotato sacco da boxe.

Prima pulsava di vita, il mondo, poi arrivano loro e zac! Paesaggio lunare.

Vince il discontinuo, il frammentato, lo spezzettato.
Il loro capirespiegaredefinire trasforma il loro mondo in un groviglio di concetti belli e compiuti, freddi, isolati, di una purezza vomitevole.
In un qualche modo – che non riesco bene a spiegare – viene annullata l‘esperienza.

Mi viene solo un esempio.

Vivi una giornata, e poi la racconti, e poi la spieghi, e la definisci.
Ometti un sacco di cose, cancelli i tempi morti, punti soltanto sulle cosiddette “cose importanti”. Sintetizzi, scarnifichi, riduci.
Suoni, odori, sapori, sensazioni, discorsi, incontri, una giornata vissuta e respirata – come sono tutte le giornate, anche quelle dove non si fa un cazzo – tutto questo ridotto a poche parole.
Ok, ci sta, ci si racconta le cose. Fa parte della vita.
Ma in questi uomini di penna e di parola avviene qualcosa. Un ribaltamento illegittimo. La spiegazione della giornata diventa più importante della giornata stessa. Poche parole, pochi concetti, al posto di un’intera giornata vissuta. Viene negato il tempo che passa, il lento fluire, il ritmo della vita. Il mondo non scorre più.

E qui sta l’orrore. Qui sta il sacrilegio. La lava di un vulcano trasformata in pezzettini di pietra lavica tagliati apposta per giocarci a scacchi.

III

Niente di nuovo sotto il sole, ovviamente.

Tutte cose che si dicono almeno da un centinaio d’anni a questa parte.
Il fluire, il tempo, le trappole del linguaggio e del concetto e blablabla.
Il problema è: che senso ha fare una teoria teorizzando che “non ha senso fare nessuna teoria”?
Forse è la violenza del pensatore che nega la validità del pensiero per esercitare la propria violenza contro sé stesso?
Si può continuare a scrivere e pensare sapendo cosa può portare lo scrivere e il pensare?
In cosa può sfociare questa autocannibalizzazione?

NOTE

1) Mi chiedete tutto quel che è idiosincrasia nei filosofi…Per esempio la loro mancanza di senso storico, il loro odio per l’idea stessa del divenire, il loro egizianesimo. Credono di rendere onore a una cosa destoricizzandola…facendone di essa una mummia. Tutto quello che i filosofi hanno avuto tra le mani per millenni, erano mummie di concetti; nulla di reale uscì vivo dalle loro mani. Questi signori idolatri del concetto, quando adorano, uccidono, imbalsamano – diventano un pericolo mortale per ogni cosa, quando adorano…

Morale: liberarsi dall’inganno dei sensi, dal divenire, dalla storia, dalla menzogna. Morale: dire no a tutto ciò che presta fede ai sensi, a tutto il resto dell’umanità: questo è tutto “popolo”. Essere filosofi, essere mummie, rappresentare il monotono-teismo con mimica da becchini! – E soprattutto basta con il corpo, questa miserevole idea fissa dei sensi! affetto da tutti gli errori della logica che esistano, confutato persino impossibile, eppure tanto impudente da atteggiarsi a reale!…

Le nostre vere e proprie esperienze vissute non sono affatto loquaci. Non potrebbero comunicare se stesse neppure se volessero. Questo perchè manca loro la parola. Le cose per le quali troviamo parole, sono anche quelle che abbiamo già superato. In ogni discorso c’è un granello di disprezzo. La lingua, a quanto sembra, è stata inventata soltanto per ciò che è mediocre, medio, comunicabile. Con il linguaggio, chi parla già si volgarizza.

Crepuscolo degli idoli, Friedrich Nietzsche

1-bis) La tragedia greca di Eschilo e di Sofocle è l’espressione più alta di questa civiltà fondata sulla compresenza delle due componenti: apollinea e dionisiaca. Questo equilibrio fu rotto da Socrate. Col suo continuo dubitare, con la sua attitudine a sottoporre tutto alla critica, a ricorrere alla riflessione, a usare sempre la ragione, Socrate introdusse nella mentalità greca un elemento di distacco dalla realtà, in quanto l’uso della ragione implica pur sempre un mettere le cose a una certa distanza per poterle analizzare, una modalità opposta al coinvolgimento dionisiaco. L’influenza di Socrate si ripercosse anche sulla tragedia di Euripide, nelle cui opere i personaggi si dedicano a ragionare, a cavillare, a discutere. Con Socrate, che infetta Euripide, si rompe l’armonia di apollineo e dionisiaco della tragedia greca, si rompe l’equilibrio della personalità greca. Nasce una tendenza raziocinativa a non vivere le cose direttamente, in maniera sanguigna, immediata, ma a rifletterci sopra, a prendere le distanze, a criticare, e quindi si introduce una specie di tarlo, un elemento che indebolisce il vigore, lo spirito nativo, istintivo, che aveva fatto — secondo Nietzsche — la grandezza dei Greci, si diffonde una sorta di malattia.


Antonio Gargano su Friedrich Nietzsche

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