martedì 6 maggio 2014

Storia di Vincenzo Sinagra u' Tempesta

di Giorgio D'Amato, in collaborazione con Apertura a Strappo (1)

C'erano le onde quanto una casa a due piani, senza babbio, le guardavamo dalla finestra e ci facevamo il segno della croce. Quel giorno fu che a mare quattro pescatori stavano annegando, erano in acqua già mezzi morti. Lui, Vicè, andava a cianciolo, i pesci giusti giusti per campare a giornata, di mare non si è mai arricchito nessuno – si buttò e li salvò tutt'e quattro. Per questo lo chiamano 'u tempesta.

Qui a S.Erasmo ce lo ricordiamo il giorno che lo arrestarono, era estate che non si poteva stare, undici agosto 1982 – c'erano stati inseguimenti dalle parti della via Alloro, per colpa di uno che era per terra, pareva che dormiva - il motivo qual è e quale non è, a noi non ci interessa. (2)

Noi ascoltavamo a sua madre, il giornalista gli faceva le domande, tipo lo sa perché suo figlio fu arrestato?, ma la signora Carmela che cosa gli poteva rispondere, la signora faceva la Provvidenza di Dio e diceva quello che poteva.

Che già una volta Vicè aveva rischiato che lo chiudessero e buttassero la chiave, fu quando scomparì Antonino Ferdico, quello che lavava le macchine al corso dei Mille. Che poi quando uno scompare tutti subito pensano male, non può darsi che quello se ne andò in Germania?

Ma lo Stato diceva che questo dei lavaggi era stato sequestrato, torturato, ammazzato e buttato a mare. Ognuno può dire quello che vuole. Alla base di questa pensata c'era stata una femmina di inferno, che siccome aveva ricevuto una mezza rapina al suo negozio, si era rivolto ad un amico per arrivare al ladro. A questa gli presentarono Antonino Ferdico che, per farsi uomo davanti a questa femmina d'inferno che emanava calore – è la natura che rovina le persone -, andò a disturbare a due che erano immischiati nel furto, può essere mai?

E allora Ferdico non si vide più in giro. Lei fece la denuncia in caserma, voleva fare la donna coraggiosa che si mette contro il quartiere, e per questo motivo Vicè l'avevano incarcerato. Poi questa femmina di inferno e di fissarie a calunnia lo capì che aveva sbagliato, se ne pentì amaramente e non ce la faceva a reggere il peso della menzogna che aveva detto, la debolezza è umana, un momento di crisi e si ammazzò. Si buttò dal balcone. La depressione fa fare cose che ci vuole coraggio. O magari che certe volte una si sporge troppo per appendere i vestiti ad asciugare? Sono disgrazie che capitano.

E così Vicè lo hanno liberato, lui è buono, lui è bravo, lui ha salvato a quattro che stavano annegando.

La madre glielo ha detto al giornalista, la polizia ce l'ha con mio figlio perché quando era confinato in mezzo la neve, lui se ne scappò: uno che è sempre vissuto a Sant'Erasmo, si può mai ambientare dove tre paia di mutande di lana non bastano? Vicè ha fatto quello che avrebbero fatto tutti.

É tornato a casa, che senza sua madre lui non ci può stare. Aiuta la famiglia, noi siamo assai, ci sono le figlie femmine che pure che sono sposate qualche soldo glielo continuiamo a dare, e lui e i suoi fratelli vanno a pescare, vanno a mazzuliare il mare, così pescano: mettono la rete e i pesci a sentire mazzuliare il remo si appagnano, si spaventano e si ammagliano. Ma non sono mestieri decisivi, magari lavorassero alla regione, avremmo il porco dentro, tutta ricchezza, ma scuola non ne vollero, e ora si campa a giornata.



É un ragazzo di cuore, lo possono dire tutti.



Noi alla madre gli crediamo, che un figlio non lo conosce lei, chi altro può dire com'è?



Dopo l'arresto in carcere ha avuto una crisi di nervi, dice che voleva sua madre, che piangeva e faceva come un disperato. L'hanno portato a Pisa, si mangiò i chiodi, voleva morire. Le malelingue pensano che Vicè si voleva fare passare per pazzo, pure i giornalisti l'hanno scritto (3), così con l'infermità gli levano la condanna, ma per noi la verità è che se a uno di Sant'Erasmo gli levi il mare, gli hai levato la vita.


L'avvocato ci ha detto che a Pisa ora se la passa meglio, i secondini gli aprono la porta della cella e lui può uscire in corridoio, giocano tutti a carte in armonia e in allegria. A Pisa lo hanno capito che lui è bravo, è a Palermo che dicono cose che non sono. Lo Stato prima o poi lo capirà, questione di tempo, meglio di lui non ce n'è.

NOTE

1) La storia di Vincenzo Sinagra u' Tempesta rientra nella cornice narrativa della seconda guerra di mafia in Siciliache insanguinò soprattutto Palermo e provincia provocando circa 1000 morti tra il 1978 e il 1984. Vincenzo Sinagra Tempesta è stato arrestato immediatamente dopo l'omicidio del medico Paolo Giaccone (leggi qui) e di Diego Di Fatta (2). Era al servizio del boss di corso dei mille, il sadico e spietato Filippo Marchese. Leggi il profilo di Filippo Marchese da Wikimafia. Leggi la voce sulla Seconda Guerra di Mafia su WikiMafiaLeggi un altro post di StupeFatti Blog"Estate 1982, le femmine nude e le ammazzatine". L'immagine è tratta da Archivio Foto L'Unità(ndr)

2) Il riferimento è all'omicidio di Diego Di Fatta, ucciso dai killer della mafia - Sinagra compreso - in una viuzza vicino piazza Marina, a Palermo, perchè aveva rubato una collanina a un'anziana protetta dalla mafia (ndr). 

3) Sinagra si finge pazzo e si finge pazzo pure il suo cugino omonimo, Vincenzo Sinagra detto U' Ndli, arrestato insieme a lui quello stesso giorno. Il cugino di Vincenzo Sinagra Tempesta deciderà di collaborare con la giustizia. Sarà uno dei pentiti del maxiprocesso del 1986. Scriverà Attilio Bolzoni su Repubblica: "Uomo di secondo piano delle cosche vincenti, ma a conoscenza dei piani di guerra dei boss, Vincenzo Sinagra ha offerto alla magistratura significative testimonianze sui nemici del prefetto Dalla Chiesa. Arrestato nell' agosto del 1982, subito dopo aver commesso un delitto, Sinagra dapprima si finse pazzo e poi, rinchiuso nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, crollò e cominciò a parlare. Grazie alle sue confessioni la polizia scoprì la "camera della morte" nel porticciolo di Sant' Erasmo: in quella stanza venivano "interrogati" e poi strangolati i nemici dei clan vincenti"Leggi qui l'articolo integrale del 1986. Sinagra verrà poi condannato a 26 anni nel maxiprocesso. Le sue dichiarazioni verranno ritenute valide. Leggi la notizia su RepubblicaSui due Sinagra che si finsero pazzi, e altri casi simili, è stato scritto un libro di recente: "Mafia da legare" di Corrado De Rosa e Laura Galesi. Leggi le recensioni su l'Huffington Post, su LiberaInformazioneLeggi le interviste agli autori su RomaDaLeggereAcquista il libro su Amazon (ndr)










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